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giovedì 29 agosto 2013

La legalità flessibile che unisce Berlusconi e Messina Denaro, i due perseguitati d'Italia

L’Italia è un Paese che ha un concetto della legalità “flessibile”. 

Non è una banale osservazione qualunquista, la mia. E’ il frutto di constatazioni continue sul campo, delle storie che racconto ogni giorno.
Legalità flessibile non significa solo che la legge è dalla parte del più forte. Questo, purtroppo, è un assunto vero sin dalla notte dei tempi. Alessandro Manzoni, tanto per dire, ci ha scritto su

il suo capolavoro, “I promessi sposi”, sull’arroganza dei potenti.
La legalità flessibile, invece, come la intendo io, è il triste approdo della civiltà giuridica italiana, è un concetto moderno di legalità che la rende molto somigliante alla plastilina che da bambini noi utilizzavamo per fare i modellini nelle scuole, creare pupazzi e animaletti vari.
Ecco, la legalità è come la plastilina, o il legno dolce, può essere modellata a piacimento a seconda delle occasioni e delle circostanze. Tutto è legale, nulla è reato. C’è sempre 
un’eccezione che si può sollevare in tribunale, un caso che fa precedente, una “fattispecie” non contemplata. Questa concezione del diritto piegato alle esigenze della politica, delle lobby, di quella sopraffina e contemporanea forma di criminalità che io chiamo Cosa grigia, ha alla base centinaia di leggi lunghe e oscure, che negli anni hanno formato una concezione del diritto come di scienza per pochi eruditi stregoni dei tribunali, alimentando anche, nei cittadini il sospetto, seicentesco - come nei Promessi Sposi, d’altronde, ora si che ci siamo... - che il diritto serva solo ai potenti per piegare i poveri.
E’ un contesto medievale. L’Italia non ha una legge organica sulla corruzione, non riesce a punire seriamente il voto di scambio politico - mafioso. Ne ho parlato diverse volte. E la situazione è paradossale.
Il caso di questa estate, con la condanna di Silvio Berlusconi resa definitiva dalla Cassazione per una frode fiscale allo Stato ne è la dimostrazione. In una democrazia avanzata - questapremessa va fatta - un personaggio solamente sfiorato da sospetti così gravi, verrebbe automaticamente isolato dal corpo politico del paese. In Italia, invece, non solo il soggetto in questione è Senatore della Repubblica, e leader - padrone del principale partito italiano, il Pdl, ma la sua corte in questi giorni, con l’avallo anche del Pd (che, sulla carta, dovrebbe essere alternativo al Pdl, e invece si ritrova al governo), sta cercando in tutti i modi di non fare applicare la legge.
La legge, tanto per ricordare, nuova di zecca, prevede che chi è condannato per i fatti per i quali è stato condannato Berlusconi non può più fare il parlamentare. La legge è chiara. Talmente chiara che secondo me la sanzione è automatica. Invece, in Parlamento, stanno cercando in tutti i modi di rendere la cosa lunga e farraginosa. Si è inventato il termine di “agibilità politica”, come se stessimo parlando di un fabbricato, e non di una persona. Fini giuristi si inventano questioni legate alla retroattività dela legge, che quindi non varrebbe perchè il processo in questione è cominciato prima dell’entrata in vigore della legge stessa. Altri invece, più prosaicamente, invocano la grazia o l’amnistia (mostrando, al contempo violenza di idee e ignoranza di leggi…) perchè, dicono, Berlusconi è un perseguitato politico.
E’ singolare, poi, che al coro si unisca anche Angelino Alfano, che prima di essere delfino di Berlusconi e coordinatore del Pdl, è, però, Ministro degli Interni, cioè la massima autorità di polizia in Italia, quella che dovrebbe applicare la legge. E invece è proprio il Ministro  dell’Interno che fa uso della “legalità flessibile”. Hanno, in questo modo, istituzionalizzato il metodo.
A me una cosa fa specie (e vengo alle questioni che mastico meglio, quelle di mafia): che uno potrebbe lanciarsi in un paragone non molto ardito, con un altro grande perseguitato, come Silvio Berlusconi. E non è Al Capone, come in molti ironizzano in questi giorni. Anche Al Capone come Berlusconi, è vero, è stato incastrato per una banale questione di tasse nn pagate, ma Al Capone era un criminale puro, non si sarebbe mai permesso di risolvere i suoi guai facendo politica.
Il paragone che io penso è un altro. Ed è con il capo di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro, latitante fra i primi cinque al mondo, mio vicino di casa, come ricordo sempre.
Matteo Messina Denaro è un perseguitato dallo Stato. Lo scrive apertamente, in una della sue lettere intercettate dalla polizia. Tant’è che negli ultimi processi rifiuta pure di difendersi.
Silvio Berlusconi è un perseguitato. Lo dice sempre, non nelle lettere ma ogni giorno dalle sue televisioni.
Matteo Messina Denaro dice, a proposito delle sue condanne, che “non c’è cosa più infima della giustizia quando va a braccetto con la politica”. Sembra di sentire parlare Berlusconi. Non trovate?
Vedete che è un paragone che regge?
Mettiamo caso che un domani Matteo Messina Denaro si voglia candidare al Parlamento. Anche per lui il Ministro dell’Interno Alfano e la sua corte di giuristi potrebbero dire le stesse 
cose che dicono per Silvio Berlusconi. Anche Messina Denaro tecnicamente, potrebbe essere candidabile ed eleggibile. Anche lui, come Berlusconi, sostiene di essere vittima di un complotto della magistratura di sinistra. Perchè dobbiamo credere a Berlusconi e a Messina Denaro no? Anche lui può dire di rappresentare milioni di italiani, perchè il suo “partito”, quello di Cosa nostra, anche se perde ultimamente colpi, decide le sorti della politica italiana da oltre mezzo secolo e ha molti adepti consapevoli. Vogliamo continuare? Anche Messina Denaro potrebbe chiedere l’esame di vizi di costituzionalità di una legge che gli impedisce di candidarsi al Parlamento. E’ un suo diritto, ai tempi della legalità flessibile.
C’è inoltre un particolare che accomuna i due. La loro supposta “persecuzione” giudiziaria comincia in contemporanea, nel 1993.
E’ infatti il 1993 quando Berlusconi annuncia il suo appoggio a Gianfranco Fini come candidato Sindaco a Roma contro Rutelli e, di fatto, fa la sua “discesa in campo”, seguita dal messaggio in videocassetta inviato a tutti i giornali (“L’Italia è il Paese che amo…”).
E’ il 2 Giugno 1993 quando Matteo Messina Denaro diventa ufficialmente latitante. E’ a Forte dei Marmi, sotto falsa identità, ed è tutto preso dall’organizzazione delle stragi di Firenze e Milano, nella “trattativa” con lo Stato a suon di bombe.
Poi le bombe cessano. E nasce Forza Italia. Non è una conseguenza logica, è, ancora prima, un fatto storico.
In tempi di legalità flessibile perchè non diventare anche creativi….. I nostri potrebbero invertirsi i ruoli: Messina Denaro diventa il nuovo leader della coalizione, e Berlusconi si dà alla macchia. Sono così interscambiabili….
Giacomo Di Girolamo

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