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sabato 9 febbraio 2013

Spdc, porte chiuse al volontariato

Nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc) il volontariato e il terzo settore potrebbero fare molto, ma le porte sono sbarrate. Lo denuncia la Commissione di Inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale presieduta dal Senatore Ignazio Marino. Nella Relazione Finale presentata oggi, la Commissione ha reso nota anche la Relazione conclusiva sui servizi italiani per la salute mentale, anticipata nei giorni scorsi dal Quotidiano Sanità.
La relazione finale denuncia, fra le altre cose, la presenza di 200 strutture ospedaliere a rischio sismico, strutture vecchie che rischiano di non reggere a scosse importanti. Il 16% degli ospedali aperti è stato costruito prima del 1934 e solo l’8% dopo il 1983.
L’inchiesta sui Dipartimenti di Salute mentale e Sert italiani è stata realizzata tramite una ricognizione sullo stato dei Servizi, con sopralluoghi e testimonianze nelle audizioni in Senato, selezionate a campione o su segnalazioni circostanziate pervenute alla Commissione. La relazione rende noto anche che negli Spdc gran parte della cura è affidata solo alla psicofarmacologia e la qualità della vita dei ricoverati è spesso limitata ai soli bisogni primari. I reparti rimangono “luoghi chiusi” non solo dall’interno, ma anche dall’esterno.
Gli Spdc -si legge nella Relazione- uniche strutture presenti dentro l’ospedale, rimangono per la maggior parte luoghi chiusi e con ancora largamente diffuse pratiche di contenzione (talora attuate illegittimamente come se fossero “terapie”), frequentemente privi di possibilità di interventi riabilitativi e sociali, che possano fungere da collegamento con i servizi territoriali come prevenzione della cronicità: molto della cura è affidata alla psicofarmacologia e la qualità della vita dei ricoverati è spesso limitata ai soli bisogni primari (per esempio, frequentemente è fatto divieto, in nome della “sicurezza” del paziente, di quegli effetti personali usati comunemente nella vita quotidiana). I reparti risultano quasi tutti “luoghi chiusi”, non solo per i ricoverati, ma anche, dall’esterno all’interno, per le Associazioni di familiari ed utenti, per il volontariato formalizzato ed informale, a scapito di un “sapere esperienziale” che viene perduto e a scapito di una trasparenza dell’operato sanitario, di cui godono invece tutti quei luoghi sanitari che sono aperti e liberamente frequentati”.
Secondo la Commissione, nel contesto sanitario italiano, le normative vigenti sulla tutela della salute mentale offrirebbero sufficienti possibilità di attuazione ed organizzazione dei servizi, attraverso la filosofia di cura territoriale, individualizzata e centrata sui luoghi di vita delle persone, come delineato già dalla Legge 180/78 (la Legge Basaglia). “Dove l’applicazione della normativa vigente è avvenuta senza indugio -scrive la Commissione- e i servizi di salute mentale sono stati realizzati in modo efficiente, gli stessi sono stati valutati dall’OMS come un modello di eccellenza internazionale; ove disattese, hanno prodotto lacune, anche gravi, nella rete globale dell’assistenza sanitaria, fino a situazioni di franco degrado“.

di Giulio Sensi

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